Invertebrati sottoposti a colorazione

By ammin in Invertebrati-Detritivori on 30 giugno 2013 - No Comments

Invertebrati sottoposti a colorazione

Thor amboinensisNessun dubbio, i colori affascinano noi umani. Dovunque nella vita ci imbattiamo nei colori, nel campo della moda, dell’arredamento, delle automobili. Quando poi qualcosa ci sembra monotona, la definiamo come “priva di colore” o “sbiadita”. Anche in natura ci entusiasmiamo per tutto quello che ha a che fare con un intenso contrasto cromatico: amiamo un rosso tramonto quanto dei fiori colorati su un prato verde. Non deve meravigliare che la colorazione anche nel reef corallino sia uno degli aspetti più affascinanti. Di conseguenza i colori, in un acquario di barriera, sono spesso al centro dell’attenzione.

Mi ricordo ancora bene degli anni ’80, quando negli acquari erano presenti praticamente solo coralli molli; molti acquariofili non trovavano gradevole questa “uniformità marrone” dei coralli che, a causa delle loro alghe simbionti (e le concentrazioni di sostanze nutrienti avventurosamente alte) evidenziavano tutti una intensa colorazione marrone: i pochi contrasti cromatici derivavano dalla decorazione corallina che forse produceva un marrone più chiaro, o da un esemplare di Sarcophyton spesso completamente espanso tendente al giallo dorato.

La maggiore attrazione spesso era la specie verde intenso fluorescente Briareum, la cui colorazione veniva ulteriormente aumentata con l’impiego di lampade fluorescenti blu. Nonostante tutte le critiche circa la “monotonia marrone”, però, si trattava già di un notevole progresso rispetto a quello che si praticava 10-15 anni prima nell’acquariologia di barriera. Proprio qualche mese fa, sistemando le cose in casa, mi sono imbattuto in uno scheletro di Acropora appiattito grande come una scodella da brodo color rosso fuoco.

Circa 20 anni fa mi era stato regalato, completamente ricoperto dal tessuto marrone di una Sinularia dura, da un amico acquariofilo nel frattempo scomparso, con la promessa di “mantenerla con onore”, dato che si trattava di uno degli ultimi sopravvissuti dei tentativi dei primi anni ’70 di donare un po’ più di “vivacità cromatica” all’acquario marino, attraverso lo scheletro di un corallo morto dipinto con colori per uova pasquali. Si trattava in un certo senso dei primi passi dell’acquariologia di barriera; nelle vasche di allora erano già presenti degli isolati coralli molli, ma il sogno di poter un giorno mantenere in acquario i coloratissimi coralli duri non sfiorava neppure il più audace degli appassionati.

Ci si limitava a coprire con dei magnifici colori per uova pasquali rosso, blu o verde gli scheletri dei coralli duri, che durante gli anni ’60 venivano normalmente puliti in una soluzione di soda caustica, per liberarli dalla copertura algale e da altre sostanze organiche e per presentarli di color bianco candido. Oggi non possiamo che sorridere a tale riguardo, perché nell’Europa centrale e nel nord America l’acquariologia marina ha nel frattempo un rapporto molto più naturale con la barriera corallina.

NassariusOggi nei nostri contenitori di vetro creiamo letteralmente dei veri reef in miniatura, e manteniamo spesso persino delle specie di corallo che da pochi anni fanno parte dell’acquariologia di barriera e vengono ora riprodotti e ceduti da un acquariofilo all’altro. Certo, per molti i colori sono ancora di importanza primaria, ma da un lato questo incontra forti critiche da parte di moltissimi altri acquariofili. Ci sono quindi anche altri punti di vista, cioè lo sforzo di raggiungere questi cromatismi in altro modo, non con i colori per uova di Pasqua, ma con i coralli vivi. Più precisamente attraverso un impegno per comprendere le loro necessità ed esigenze ambientali, cercando di offrir loro delle condizioni adeguate in acquario.

Si tratta quindi di un approccio diverso rispetto ai colori pasquali del passato, anche se meno estetismo e più interesse per le osservazioni comportamentali farebbero sicuramente bene all’hobby dell’acquariologia di barriera. Per questo forse ci vorrà ancora del tempo, questo hobby è ancora giovane, sempre in movimento e in continuo sviluppo. Il tema “mantenimento in acquario dei coralli” viene interpretato alquanto differentemente in molti paesi asiatici, proprio lì dove questi coralli sono presenti in natura.

Nelle Filippine, in Indonesia o a Singapore, in molti luoghi si possono vedere acquari marini che, nonostante un equipaggiamento tecnico del tutto insufficiente, ospitano i più disparati coralli duri, che spesso sopravvivono solo pochi mesi, o peggio poche settimane. Nessuno però si preoccupa quando il tessuto verde fluorescente di una Catalaphyllia si scioglie mostrando lo scheletro bianco come il gesso. Infatti non è necessario tollerarlo a lungo, perché una volta al mese arriva un manutentore per l’acquario che dispone nella vasca dei nuovi coralli.

Berghia verrucicornisSe di domenica si attende una visita, lo si chiama anche qualche giorno prima, perché dopo tutto la vasca deve avere un aspetto colorato e sano. Forse potrà anche portarne qualcuno di quelli dal magnifico colore rosso che stanno così bene con i cuscini del divano. Questa acquariologia da “fiori recisi”, che degrada l’animale ad articolo da consumo, appare a noi “allevatori di coralli” della moderna acquariologia di barriera del tutto incomprensibile. È naturalmente anche riprovevole, una catastrofe per l’immagine dell’hobby dell’acquariologia di barriera, e sono particolarmente felice che a Manila un piccolo gruppetto di acquariofili di barriera veramente eccezionali stiano cercando, con molto impegno, di rendere consapevoli gli altri riguardo al moderno mantenimento in acquario dei coralli, chiarendo loro che questi invertebrati possono essere moltiplicati, invece di consumarli.

Comunque, questa pratica acquaristica del tutto intollerabile è in un certo senso comprensibile, se si considerano le differenze tra i paesi industrializzati lontani dai tropici e quelli tropicali con i reef corallini. Da noi l’equipaggiamento tecnico per un semplice acquario di barriera è disponibile già per una somma modesta, mentre un piccolo frammento di una specie di corallo ricercata può costare un piccolo patrimonio. Ciò non deve sorprendere: ogni pezzetto di vita marina deve essere costosamente trasportata attraverso mezzo mondo, mentre la tecnica acquariologica viene prodotta da noi.

Nei paesi tropicali le cose vanno diversamente: i reef in quei luoghi sono facilmente raggiungibili da chiunque, si trovano in un certo senso davanti alla porta di casa, il rifornimento per l’acquario è praticamente gratis. Al contrario le apparecchiature tecniche che sarebbero necessarie per tenere in vita questi coralli, e forse perfino per farli riprodurre, devono essere importate dall’estero a caro prezzo previo un lunghissimo trasporto.

Per questa ragione si preferisce piuttosto sostituire mensilmente i coralli invece di avvalersi della tecnica. Questa pratica acquaristica omicida potrebbe essere definita “acquariologia da terzo mondo”, analogamente all’altrettanto tagliente concetto di “acquariologia degli anni Sessanta”, che praticava lo sbiancamento degli scheletri corallini nella soda caustica e la continua “ramatura” dell’acqua dell’acquario, entrambe comprensibili, ma semplicemente non accettabili. Questa modalità “tropicale” di praticare l’hobby si avvale tuttavia della abitudine di trattare ugualmente i coralli vivi con i colori delle uova pasquali, come facevano gli acquariofili tedeschi nei primi anni Settanta con gli scheletri corallini.

I coralli vivi in seguito a questo trattamento muoiono, non c’è alcun dubbio. Ma questo non importa, non sono cari, se ne compra semplicemente uno nuovo. Conosco questa pratica diffusa in Asia da due decenni, e durante le visite presso gli esportatori di coralli sono sempre riuscito a reprimere a fatica le mie tendenze pedagogiche, ma ero molto felice che nei paesi industrializzati occidentali a quasi nessuno fosse venuta l’idea di offrire in commercio un corallo o un anemone di mare dai vivaci colori. Tutto questo fino a quando non mi sono imbattuto, presso un commerciante specializzato, nella prima vasca di vendita con coralli duri colorati.

“Muoiono poi nell’acquario”, mi spiegarono i gentili venditori, e poi bisogna ricomprarli, per il benessere della cassa. Prima d’ora questi invertebrati colorati artificialmente non erano mai arrivati sel mercato dell’Europa centrale, o forse solo per errore. Speriamo che le cose rimangano così. Dopo tutto riesco ad immaginare con difficoltà che un acquariofilo marino impegnato possa effettivamente esserne attratto vedendo degenerare dei coralli duri colorati come uova di pasqua, degli appassionati che praticano un hobby che da molto tempo si impegna intensamente nella riproduzione dei coralli. Questo consumo di animali è un tabù, e troppo grande è il desiderio degli acquariofili marini di poter osservare nella propria casa un biotopo vivo, il cui lento e lungo sviluppo è quello che affascina in un acquario di barriera.

Se dovesse veramente prendere piede il trend di offrire in commercio questi “coralli-fiori recisi” irreversibilmente danneggiati, forse ornati da colorati coralli di plastica, allora tutto ciò potrebbe avere uno sviluppo fatale per l’hobby dell’acquariologia di barriera, perché i critici non potrebbero avere un argomento migliore del “consumo” di animali marini vivi. La motivazione per gestire un acquario d barriera non deve essere la decorazione del salotto, ma solo l’esigenza di poter far vivere e osservare a casa propria la natura marina, apprezzando sviluppi e interazioni. In tal senso, penso, è necessario qualcosa come il “rispetto per la vita”. In verità preferirei utilizzare addirittura il concetto di “umiltà”, ma questo si adegua così poco al nostro tempo attuale…

Articolo tratto dalla rivista Coralli per gentile concessione della Nuovi Orizzonti s.r.l
http://www.nuoviorizzontisrl.com/index.htm

  • ammin - 30 giugno 2013